Karl Rahner su Vitae fratrum

Review: "Karl Rahner. Il Concilio tradito"

Come ho anticipato, propongo qui una recensione di una monografia che affronta temi al centro del dibattito teologico odierno e che ci permette di vedere nella pratica la funzione che Tommaso attribuisce allo studio: l'essere cioè un antidoto agli errori in materia di fede (cfr. Summa Theol. IIa-IIae, qu. 188, art. 5).
Il libro “Karl Rahner. Il concilio tradito” di padre Giovanni Cavalcoli (Fede e Cultura, Verona, 2009) si propone di sviluppare una critica puntuale e serrata del pensiero del teologo tedesco.
Iniziata la lettura di questo libro, mi è nata la curiosità di verificare se non fosse possibile dare del teologo gesuita una lettura che sfuggisse alle critiche che padre Cavalcoli gli muove. Ho letto perciò il Corso fondamentale sulla fede dello stesso Rahner, vera summa del suo pensiero, per farmi un giudizio autonomo. L’impressione che ne ho ricavato tuttavia è che la ricostruzione fornita dal padre Cavalcoli sia corretta e fedele ai testi del gesuita tedesco. E le critiche che sono mosse al pensiero di Rahner, così ricostruito, sono indubbiamente ben argomentate, come cercherò di mostrare in questa recensione.
Ma chi era Karl Rahner? E che cosa ha detto? E soprattutto: che senso ha per noi parlare di questo autore?
Devo ammettere che le mie conoscenze riguardo a questo autore non sono ancora molto ampie. Qualche mese fa, trovandomi in Germania, incominciai Geist in Welt e mi parve, dallo stile un po' fumoso, ma a suo modo affascinante, di aprire un libro di Heidegger.
L’incipit del saggio è assai coinvolgente: l’uomo è colui che si pone domande, fino al punto da essere quasi definito dal suo dal suo stesso interrogarsi. In questo non si può che dare ragione a Rahner. L'uomo è effettivamente aperto all'Assoluto e si pone sempre quelle domande che Leopardi ha messo in bocca al suo pastore errante dell'Asia:
"e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?"
Proprio in quanto uomini siamo naturalmente portati a porci queste domande. Tommaso parlava di "desiderium naturale videndi Deum" (concetto tuttavia spesso frainteso e su cui torneremo).
A differenza però del grande Recanatese e dell'Aquinate, Karl Rahner si dilunga su questo concetto, giocherellando lezioso sul termine “Fragende” con cui ha definito l'uomo. Il libro vorrebbe essere un ripensamento della gnoseologia tomista, che è riletta in chiave immanentista, come mostrò con dovizia di dettagli un bel libro di p. Cornelio Fabro, che oggi è purtroppo assai difficile da trovare. Nonostante Rahner si riprometta di interpretare un brano della Summa Theologiae, i veri riferimenti della sua riflessione sono Kant e soprattutto Heidegger. Sebbene non siano mai nominati, chi non è proprio digiuno di filosofia riconosce facilmente i punti di riferimento del gesuita. Il che non sarebbe in sé un male - è giusto e doveroso confrontarsi col pensiero moderno e contemporaneo. Se non fosse che il quadro che ne emerge è l'attribuzione a Tommaso di una epistemologia immanentista. Il che è inverosimile dal punto di vista storiografico. E assai pericoloso se su queste basi fragili ed erronee si vuole fondare una teologia.
Dopo poche pagine, annoiato e forse scoraggiato dal tedesco, richiusi il libro.

Qualche mese dopo leggo una recensione del libro di padre Cavalcoli su Rahner. Lo compro e inizio a leggerlo. Cavalcoli da un lato riconosce a Rahner profondità di pensiero e originalità speculativa, ma dall’altro accusa la sua teologia di essere uno dei responsabili di quella ermeneutica che vede il Concilio Vaticano II come rottura rispetto alla tradizione della Chiesa. Questa interpretazione, come è noto, è stata respinta da Benedetto XVI, che non si stanca di sottolineare come l'insegnamento del magistero della Chiesa non si contraddice e non ci possono essere "rotture" all'interno della Chiesa, né in senso sincronico, né in senso diacronico. Già in Rapporto sulla fede, l'allora cardinale Ratzinger deprecava la consuetudine invalsa di contrapporre una presunta chiesa preconciliare ad una altrettanto presunta chiesa postconciliare. Come recitiamo nel Credo, la Chiesa è una.
Se l'analisi di padre Cavalcoli è corretta, il pensiero di Rahner costituisce effettivamente una sfida per la coscienza del cristiano ed è per questa ragione che merita di essere discusso.
Ma credo ci sia anche un altro motivo. Papa Benedetto ha sottolineato in più occasioni che il pericolo per la fede è costituito oggi da quella forma di pensiero che si è soliti etichettare "relativismo".
Nel mio piccolo avevo cercato di analizzare questo fenomeno filosofico, che sta divenendo assai popolare nei dipartimenti di filosofia di mezzo mondo, e l'avevo fatto qui e qui.
Ora, padre Cavalcoli sostiene nel proprio libro che il pensiero di Rahner effettivamente giustifica sul piano teologico una posizione relativista, dinanzi alla quale il dogma cristiano è abbandonato alle ubbie (categoriali) dei credenti e al divenire storico.
Proprio per questo è di stringente attualità l'analisi del pensiero di Rahner e senza dubbio il contributo di padre Cavalcoli si inserisce in una serie di valutazioni di estremo interesse (si pensi soltanto ai nomi di von Balthasar e di Ratzinger, che a lungo si confrontarono con la teologia rahneriana).
La ragione per cui Karl Rahner. Il Concilio tradito si fa maggiormente apprezzare è data a mio avviso dal carattere sistematico e unitario con il quale il pensiero del teologo tedesco è ricostruito e valutato.
E' nel primo capitolo, dedicato alla gnoseologia rahneriana, che padre Cavalcoli getta da un lato le basi della ricostruzione della teologia di Rahner e dall'altro espone il fondamento della critica che rivolgerà a questo pensiero.
In questo modo di procedere l'autore è senza dubbio sulla stessa linea d'onda del teologo gesuita, che nel suo Grundkurs des Glaubens espone in primo luogo quella distinzione tra momento tematico o categoriale e momento atematico o trascendentale che è la cifra della sua gnoseologia. In effetti l'intera teologia rahneriana dipende dalla accettazione di questo assunto filosofico-gnoseologico, che le consente senza dubbio di presentarsi come un edificio solido e compatto.
Per Rahner esiste un momento categoriale e consapevole del conoscere: è su questo fronte che si collocano le definizioni dogmatiche che la Chiesa propone. Questo momento è mutevole e dice solo imperfettamente l'altro momento del conoscere, che però non è mai afferrato concettualmente, ma sempre postulato, come mit-wissen in ogni atto di conoscenza e nell'affermazione del soggetto che si autodetermina in ragione della propria libertà. Con termine proprio questo mit-wissen è chiamato da Rahner Vorgriff. La vera autotrascendenza dell'uomo quale apertura all'autocomunicazione del divino appartiene a questo momento atematico, che, come osserva Cavalcoli, si avvicina molto all'Io penso kantiano, come funzione trascendentale che deve poter accompagnare ogni rappresentazione.
Mai consapevole, l'esistenziale atematico è solo asintoticamente avvicinato mediante l'esperienza mistica.
Ma come mostra efficacemente padre Cavalcoli, in questo modo sono consegnate al divenire storico le formule dogmatiche, che non sono mai vere, perché mai dicono completamente quell'esistenziale trascendentale, che è per definizione indicibile; se però le formule dogmatiche possono essere negate, ne segue che il dogma è storicizzato. In poche parole abbiamo spalancato la porta a quella concezione relativistica della fede (categoriale): prezzo che Rahner si sente di poter pagare, pur di affermare la propria mistica dell'inconoscibile dimensione della grazia - ovvero, come spiega nei primi paragrafi del Grundkurs des Glaubens, la mistica dell'esistenziale trascendentale, identificato con quella "grazia che è sempre presente" all'uomo, quale effetto della autocomunicazione divina, che è sempre in atto. La presenza della grazia non è tolta, a livello trascendentale, dal peccato, che fà sì che la grazia sia presente, ma nel modo del rifiuto. In altre parole il peccato è il non essere consapevoli (categorialmente) del dono che a livello dell'esistenziale trascendentale è sempre offerto alla libertà del soggetto dall'atto mediante il quale Dio sempre si autocomunica. L'inferno in quest'ottica rimane una possibilità astratta, ma di fatto non si dà, perché non si danno uomini che non siano atematicamente in grazia - stante che l'essere in grazia è implicato dall'essenza stessa dell'uomo che è posta essere il suo autotrascendersi. Da qui l'assunto rahneriano per cui filosofia e teologia tendono ad identificarsi ed entrambe si risolvono in antropologia. Ma in quest'ottica l'evento di Cristo viene semplicemente ad essere l'accadere dell'idea di Salvatore Assoluto che a livello atematico-trascentale è posta come necessaria.

Quale valutazione dare di questa teologia, che tanto favore ha incontrato e continua ad incontrare?
Indubbiamente è molto bella la sintesi che il teologo gesuita ha fatto di pensiero moderno e della rivelazione cristiana, che è stata dettata da una autentica passione pastorale, come mi pare di poter affermare.
Ma che rimane dell'avvenimento del Verbo fatto carne? Cristo non finisce forse per divenire postulato dall'esistenziale trascendentale?
Credo perciò che il motivo per cui maggiormente il libro di padre Cavalcoli si fa apprezzare sia nell'invito a riscoprire la gratuità dell'amore con cui Dio ha scelto di incarnarsi; di soffrire per riparare al nostro peccato; di riconciliare noi peccatori con Lui.
E tutto questo nessuna antropologia, sia pure trascendentale, sarà mai in grado di dedurre a priori.
Credo che questo sia l'elogio più bello che si possa fare di un libro che contiene riflessioni impegnative e profonde: farci riscoprire l'amore gratuito che Dio ha per noi.

Se proprio si deve fare una osservazione all'opera di padre Cavalcoli, bisogna rilevare che il libro non è esente da alcune fastidiose sviste tipografiche. L'auspicio è che una prossima riedizione, che speriamo non si farà attendere e che auguriamo di cuore all'autore, possa ovviare a questo inconveniente.

Corrispondenza Romana su Rahner

A 25 anni dalla morte, la figura dello studioso gesuita Karl Rahner (+ 1984) è ancora e sempre più oggetto di disputa e di controversia.
Gli uni, in genere di orientamento progressista, gli attribuiscono meriti teologici tali da dichiararsi volentieri suoi discepoli e da paragonarlo nientemeno che a san Tommaso d’Aquino, già definito Dottore Comune della Chiesa; gli altri (tra i quali spiccano i nomi di Cornelio Fabro, Giuseppe Siri, Julio Meinvielle e Antonio Galli), lo vedono al contrario come una delle cause prossime dell’attuale sbandamento teologico, filosofico, etico e politico del mondo cattolico.

In un’opera profondamente meditata e ben scritta (Giovanni Cavalcoli, Karl Rahner. Il Concilio tradito, Fede & Cultura, 2009, 24 €), il domenicano padre Cavalcoli – forte di una ricerca in materia di almeno 20 anni e di tante pubblicazioni sul tema – affronta di petto il difficile pensiero rahneriano, scovandone, con sottile analisi, tutte le ragioni di perplessità e di riserva.

Senza negarne gli aspetti positivi (cfr. in tal senso le pp. 11-12), i quali in definitiva attengono alla sua notevole capacità speculativa e alla sua vastissima cultura, Karl Rahner è sicuramente uno dei principali responsabili della cosiddetta “svolta antropologica” (Fabro), e cioè, in definitiva, della riduzione della teologia ad antropologia (a seguito di quanto già vanamente tentò Feuerbach), come conseguenza, stavolta, dell’assunzione della modernità come categoria filosofica di riferimento.

L’opera, che merita di essere letta dai fedeli consapevoli dell’immane crisi in atto a dai pastori che vogliano liberarsi dalla velenosa eredità rahneriana, è divisa in 5 parti. La prima, la più ardua e la più importante, analizza e confuta passo dopo passo la gnoseologia del gesuita, mostrandone le dipendenze da Fichte, Kant, Hegel e Heidegger, e la chiara congruenza con l’impostazione immanentistica condannata dalla Chiesa nell’enciclica Pascendi.

Le altre parti del volume sono dedicate alla teologia, all’antropologia e alla cristologia del gesuita, concludendo con il confronto, tra Rahner e il Magistero cattolico, su tanti elementi della dottrina cristiana, come la grazia, il peccato, i sacramenti, il libero arbitrio, etc. etc. In tutti questi punti, la visione rahneriana del cristianesimo, si distacca, ove più ove meno, dalla dottrina dogmaticamente definita: anche quando il gesuita usa il Concilio, a cui partecipò come perito, lo fa in modo assolutamente strumentale, con lo scopo di insinuare virtualità ermeneutiche in esso chiaramente non presenti. Nondimeno secondo il domenicano, «il linguaggio del Concilio, che si è sforzato di tenere un tono modernamente pastorale, manca a volte, su punti importanti di dottrina, della desiderata chiarezza ed univocità» (p. 8): proprio questo ha permesso e forse favorito l’ondata neo-modernista che ha travolto il pensiero cattolico già durante lo svolgimento dell’assise ecumenica.

Come risolvere il problema, scongiurando quella che Augusto del Noce definì «l’auto-eutanasia del cattolicesimo»?

Secondo Cavalcoli, le autorità cattoliche dovrebbero «intervenire con coraggio e chiarezza» (p. 344), per confutare gli errori presenti e indicare vie alternative: «Un’opera utile da compiere a questo proposito […], è, come auspica Mons. Gherardini nel suo recente libro, quella di mettere in luce con chiarezza quali sono le dottrine nuove del Concilio non secondo un’esegesi di rottura, ma come esplicitazioni della Tradizione, lasciando così una giusta libertà di critica nei confronti invece di quelle disposizioni pastorali che sembrano o si sono verificate meno opportune e magari rivedibili o abrogabili per assicurare il bene e il progresso della Chiesa nella Verità» (p. 345).

Conclude il poderoso volume di oltre 350 pagine (e quasi 700 note) una fondamentale bibliografia ragionata e critica verso il rahnersimo: auspichiamo vivamente che questo testo, come quello prima citato del Gherardini, siano segni propizi di una nuova stagione teologica “post-conciliare”, stavolta però tutta centrata su Dio e il culto (anche intellettuale…) che Gli è dovuto.

Corrispondenza Romana n.1118 del 21/11/2009

Introibo ad altare Dei

Violenza anticristiana

Mentre si manifesta per la libertà di stampa si ignora la violenza assassina contro i cristiani e la libertà religiosa.

Tanto clamore per la supposta mancanza di libertà di stampa in Italia, mentre da tempo si ignora la mancanza di libertà e le continue persecuzioni che i cristiani subiscono in maniera intensa a partire dagli anni settanta; ma guai a parlarne sui media, i cristiani non esistono proprio.
Chi si è scaldato più di tanto per esempio per la barbara aggressione che ha subito il 27 settembre scorso un vecchio frate a Sanremo, un extracomunitario, probabilmente nordafricano, al grido di Allah ak bahr lo ha massacrato a colpi di bottiglia, infierendo sull'uomo con calci e pugni anche quando era ormai a terra. Ora il frate di Sanremo, padre Riccardo, 76 anni, rischia di perdere l'uso di un occhio. A riportare la notizia e' il''Secolo XIX''.
Sempre nello stesso giorno in Egitto un cristiano-copto, Hanna Amir Rezq, 26 anni, assassinato da un autista musulmano, Nayer Mansour Sahrab, offeso perché l’uomo aveva preferito salire su un’altra vettura rispetto alla sua. Il conducente islamico, di fronte al rifiuto di Rezq, lo ha aggredito con ripetute coltellate alla schiena e all’addome. Oltre alla vittima, l’aggressore ha ferito i suoi fratelli Maurice e Amin, e anche il nipote ventenne di Rezq, Ashraf Maher Amir. Ultimo episodio la crocifissione di sette giovani sudanesi, è successo il 13 agosto ma la notizia è apparsa ora. E’ stata Al Qaida, con la complicità del governo di Khartoum, sostenuto dalla Cina. Ma perché questi assassinii non fanno notizia? Si chiede Renato Farina su Il Giornale. Siamo appassiti, facciamo schifo tutti anche i cristiani e i vescovi che in queste settimane erano impegnati su un altro tema più gustoso e in grado di suscitare titoloni: la moralità privata di Berlusconi. Il Papa invece non fa che ricordare martiri e persecuzioni, indicando luoghi e Paesi. Amaramente Farina evidenzia che noi cattolici ci facciamo scrivere dai relativisti della cultura europea perfino l’agenda dei nostri sentimenti.
Episodi tra i tanti che troviamo in un best seller della giovane casa editrice Fede & Cultura (www.fedecultura.com), di Verona, Il Libro Nero delle nuove persecuzioni anti-cristiane, di Thomas Grimaux, un giovane scrittore che ha viaggiato proprio in questi Paesi di persecuzione, le sue descrizioni ci fanno immergere nella realtà quotidiana, nei fatti concreti e reali. Il libro è una lunga litania, a tratti anche un po’ fastidiosa, non tanto per tenere la contabilità degli atti di persecuzione violenta, quanto piuttosto coglierne l’ampiezza.
Il libro tra le tante domande si chiede per quale motivo la Chiesa è la vittima sistematica delle aggressioni e, come pare, il bersaglio preferito dagli assassini? La prima parte sviluppa le persecuzioni dell’induismo e del buddismo che a volte sembrano nascoste, poi il testo s’interessa delle violente persecuzioni che ancora oggi i cristiani subiscono dai paesi comunisti nella Cina capital comunista, a Cuba in Corea del Nord ma anche in Venezuela, in Bolivia. Ma se il fanatismo induista e quello buddista non sono operanti sui nostri territori e se il comunismo ha un peso inferiore che nel passato, l’islamismo però sta guadagnando terreno. Il Libro Nero delle nuove persecuzioni anti-cristiane in conclusione si interroga, su qual’è il futuro dei cristiani in terra d’islam?
Le violenze nei confronti dei cristiani è un continuo stillicidio che va dai Paesi islamici cosiddetti moderati fino a quelli più estremisti. Dal divieto assoluto di celebrazioni cristiane in Arabia Saudita, il divieto assoluto addirittura di recitare il rosario in casa propria, non sono forse una violenza inaudita? L’associazione caritativa, Aiuto alla Chiesa che Soffre riporta la notizia che alla dogana in Arabia Saudita, sono considerati prodotti di contrabbando non tanto le droghe, i liquori o il materiale pornografico, ma tutti gli oggetti a forma di croce, anche a scopo ornamentale, tutti i libri cristiani, tutte le foto o le pubblicazioni cristiane.
Si chiede Grimaux. C’è di più, gli incitamenti all’odio diffusi attraverso i media o i manuali scolastici costituiscono una preparazione psicologica a secondare un appello all’assassinio. In Algeria altro Paese considerato moderato, il proselitismo cristiano è da qualche tempo legalmente proibito. Il presidente degli ulema musulmani, ha affermato: “Nuovi crociati tentano di cristianizzare gli algerini. La moschea, la scuola, i media e le istituzioni dello Stato vi si devono opporre”. Fortunatamente non sempre si arriva al grave episodio della decapitazione di tre liceali cristiane, nell’isola di Celebes, nella regione di Poso, in Indonesia; Theresia aveva 15 anni, Alfita, 17 anni e Yarni 15 anni, mentre andavano a scuola, vengono improvvisamente attaccate da integralisti islamici il 29 ottobre 2005.
Non frequentate alcun estraneo (all’Islam). Non fate alcun compromesso con gli atei. Bisogna ucciderli. Punto e basta. Chi ha pronunciato queste parole? Non è un imam che vive in Arabia Saudita o in Pakistan, ma a Torino, non è il solo, scrive Grimaux, l’Italia del Nord pullula di simili imam radicali.

Domenico Bonvegna
domenicobonvegna@alice.it

Karl Rahner - Alle origini del buonismo

Alle origini del buonismo

La contraffatta teologia di Karl Rahner

Nell’immaginario educato dal trionfante relativismo, “buono” è il qualunque pensatore inteso a scongiurare i conflitti scatenati dall’affermazione che esistono princìpi tra loro irriducibili.
Padre Giovanni Cavalcoli o. p., l’autore del magistrale saggio “Karl Rahner – Il Concilio Tradito” sulla teologia del teologo tedesco, edito in questi giorni dalla veronese Fede & Cultura, rammenta, al proposito, che “Il voler distinguere con assolutezza il vero dal falso sembra a molti espressione di presunzione e di intolleranza, sorgente di discordia e mancanza di rispetto per le idee e la coscienza degli altri. Il concetto stesso di una religione assolutamente vera che primeggi sulle altre appare a molti una pretesa imperialistica di questa sulle altre religioni” (“Karl Rahner Il Concilio tradito, pag. 16).
Il pregiudizio buonista, infatti, esige pro bono pacis che un’affermazione vera dal punto di vista di colui che la pronuncia, sia vera anche dal punto di vista di colui che dichiara l’esatto contrario.
Soggiacente alla bontà che vuole il sacrificio della ragione sull’altare dell’armonia ad ogni costo, èla sentenza del guru sessantottino Herbert Marcuse, che (nel saggio “Eros e civiltà”) ha definito fascista (che per lui significava intollerante e intrinsecamente violento) il principio di non contraddizione, secondo cui un’affermazione non può essere vera e falsa nello stesso tempo e sotto il medesimo profilo.
Va da sé che il contrasto tra l’intollerante verità e la pace è una figura sofistica, concepita dai filosofi ultramoderni di scuola francofortese per nascondere la decisione di aggirare i princìpi indeclinabili della logica, princìpi che (a loro avviso) non sono iscritti e leggibili nella realtà ma inventati dal fascista Aristotele.
Ora padre Cavalcoli cercando i possibili ispiratori della patologica avversione alla verità, non ha incontrato gli apostoli della pace ma il maestro di Karl Rahner, Martin Heidegger, l’autore dello stravolgente principio secondo cui “la verità non sta nel giudizio col quale l’uomo adegua il suo pensiero all’essere, ma sta nella comprensione atematica, nell’esperienza trascendentale, come situazione esistenziale emotiva del soggetto autocoscienze, nel quale l’essere si identifica con l’essere pensato, in modo tale che la verità del pensiero è al contempo la verità dell’essere e la verità del soggetto” (op. cit., pag. 41).
Heidegger (e al suo seguito Rahner) vantavano la loro appartenenza alla più alta e aggiornata scuola di metafisica. In realtà il loro pensiero approda a risultati non molto diversi da quelli ottenuti da Jean Paul Sartre e da Claude Levy Strauss, autori di uno sgangherato sistema antimetafisico, tendente ad abbassare l’intelletto umano al livello della sensazione animalesca.
Svilimento della ragione umana e retrocessione dell’immanentismo moderno al panteismo antico, costituiscono l’orizzonte ultimo del pensiero heideggeriano e rahneriano.
Ridotto la filosofia ad universale esperienza emotiva, l’errore , la non adeguazione dell’intelletto alla realtà, sprofonda in un cappello a cilindro: di qui l’opinione temeraria (affermata da Rahner) che tutti conoscano la verità attraverso la c. d. esperienza trascendentale.
Rahner afferma che la concordia inizia dal riconoscimento che tutti sono nella verità e nessuno sbaglia. Di conseguenza propone la tesi che attribuisce agli atei la qualifica di cristiani anonimi, che in quanto tali sono naturalmente destinati alla beatitudine eterna.
Per attingere un tale pensiero Rahner è costretto ad aderire al disconoscimento modernista della dottrina cattolica sulla grazia: “la natura-grazia è sufficiente ad assicurare la felicità e la divinizzazione dell’uomo” (op. cit. pag. 173).
Oscurata la nozione della grazia la trascendenza divina svanisce: Rahner “finisce nel vedere nel soprannaturale niente più che uno sviluppo totale e finale del naturale o un approfondimento di quest’ultimo, come se l’uomo elevandosi al massimo delle sue possibilità potesse diventare Dio”.
Il sottotitolo del saggio (“Il Concilio tradito”) manifesta l’opinione dell’autore sull’influsso dell’opinione rahneriana sui cristiani anonimi nelle stravaganze ecumeniche elucubrate in nome di un presunto “spirito del concilio Vaticano II”.
Ma non solo nelle stravaganze postconciliari: padre Cavalcoli, infatti, facendo propria e sviluppando una tesi di monsignor Brunero Gherardini, dimostra che il buonismo di Rahner si è insinuato di soppiatto nei testi conciliari, ad esempio nella traduzione della Gaudium et Spes, che invita ad un esame più serio e profondo delle ragioni che si nascondono nella mente degli atei, quasi che esistano delle serie ragioni per essere atei.
Di qui l’auspicio, formulato nella magnifica conclusione, che il Magistero della Chiesa sconfessi la finzione buonista e “metta in luce con chiarezza quali sono le dottrine nuove del Concilio, non secondo un’esegesi di rottura, ma come esplicazione della Tradizione, lasciando così una giusta libertà di critica nei confronti invece di quelle disposizioni pastorali che sembrano o si sono verificate meno opportune e magari rivedibili o abrogabili per assicurare e promuovere il bene e il progresso della Chiesa nella Verità” (op. cit., pag. 345).
Senza ombra di dubbio l’auspicio di padre Cavalcoli corre incontro alle sagge intenzioni di Benedetto XVI, oltre che alle speranze di tutti i credenti. La lettura del suo pregevole saggio, pertanto, è raccomandata a quanti hanno a cuore il vero bene della Chiesa cattolica.

Recensione su Il Settimanale di Padre Pio

Indubbiamente la recente restaurazione del rito tradizionale della santa Messa, autorizzato e incoraggiato da Benedetto XVI nel 2007, sta favorendo in tutto il mondo e in tutta la Chiesa una silenziosa e diffusa rinascita spirituale, una ripresa della devozione e della pietà eucaristica soprattutto nelle giovani generazioni sia di laici cattolici, che di seminaristi e sacerdoti.
Ma il legame tra culto e cultura è a tutti noto e non esiste infatti, contro l’idea tutta moderna circa la presunta ragionevolezza dell’ateismo, un popolo o una nazione, in Occidente come in Oriente, che non abbia nella sua storia e nella sua arte, nella sua cultura e nei suoi costumi, un’impronta religiosa, sacrale, impregnata di trascendenza.
Il rito tradizionale della Santa Messa, oltre ad una nuova efficacissima barriera al processo contemporaneo di secolarizzazione, costituisce di per sé un valido tramite tra l’uomo di oggi e la nostra lunga storia di italiani, un popolo la cui identità è davvero incomprensibile senza far riferimento a quell’avvenimento cristiano, qui da noi giunto grazie a quegli stessi uomini che personalmente conobbero il Redentore, come i santi martiri Pietro e Paolo.
Il libro in questione (E. Cuneo, D. Di Sorco, R. Mameli, Introibo ad altare Dei, edizioni Fede & Cultura, 2008, euro 25) riassume perfettamente quanto sopra detto. Gli autori hanno tra i 24 e i 32 anni e sono tutti e tre musicisti, specializzati nel canto lirico e gregoriano, nella liturgia o nell’uso di strumenti da concerto. La loro pregevole opera, che si avvale di una prefazione del card. Castillòn Hoyos e di una postfazione di padre Konrad zu Löwenstein, si presenta come un manuale per l’apprendimento del servizio liturgico dell’Altare, ed è dedicato dunque in special modo ai chierichetti e ai ministranti; il suo contenuto però è ben più ampio.
Infatti parlando della sacra Liturgia (cap. 1), dei Libri liturgici (cap.2), dei ministri del culto (cap. 3) o del canto e della musica sacra (cap.6), si viene immersi nella nostra più vera e profonda dimensione culturale e storica: ogni uomo di cultura e ogni fedele cattolico dovrebbero accostarsi a queste dense pagine, scritte con grande semplicità e slancio giovanile, per trarne quei punti di riferimento culturali, estetici e spirituali che permettono da un lato di uscire dalla banale volgarità del quotidiano, e dall’altro di capire, al di là dell’aspetto folkloristico o meramente letterario, il valore e il senso di tante tradizioni locali, (processioni, pellegrinaggi, feste patronali e usi secolari) che ancora si conservano, nonostante tutto, nella nostra vecchia Europa. Il nostro variegato e imponente patrimonio musicale, artistico e architettonico (pensiamo alle tante basiliche e cattedrali) di cui da italiani andiamo giustamente fieri, se si spiega in generale con la grande religiosità del nostro popolo, deve pure moltissimo proprio alla forma liturgica codificata da Papa san Pio V nel XVI secolo, che in realtà risale ai primi albori dell’era cristiana.
Tutti riconoscono poi che l’uomo di oggi soffre un processo di sradicamento, di estraniamento culturale, soprattutto nelle metropoli, e di una spaventosa crisi di identità. Crediamo con forza che il modo migliore di far fronte a tali malattie tipiche dell’epoca della globalizzazione, si trovi, più che in tecniche di tipo psicologico o metodi “spirituali” presi in prestito da altre civiltà, nella fuga dal ritmo e dalla mentalità asfissiante della città secolare, abbattendone i falsi idoli del consumismo, della carriera e del devastante culto di sé.

Proprio in tal senso il massimo culto reso a Dio, cioè quello sobrio e ascetico, sacrale e gerarchico della liturgia romana bimillenaria, così come accuratamente descritto dai nostri giovani autori, costituisce l’antidoto migliore alla perdita di senso e allo smarrimento esistenziale, ed inoltre, anzitutto, il luogo e il momento da cui ripartire per ricreare in noi e intorno a noi, i valori e i costumi dell’intramontabile e indistruttibile cristiana civiltà.
Fabrizio Cannone

Avvenire su Iota unum

Pubblichiamo uno stralcio dell'articolo si Cesare Cavalleri su Avvenire di martedì 1 settembre 2009

Ma la tesi resta forte: il Vaticano II non ha affatto rotto col passato

Aveva diritto a un risarcimento il filosofo e teologo Romano Amerio che nel 1985 pubblicò il suo Iota unum e fu tacciato di anticonciliare, passatista, addirittura lefebvriano. Adesso che il ponderoso volume è disponibile [nell'edizione di Fede & Cultura), si può riflettere più serenamente non solo sulle questioni sollevate da Amerio, ma anche su tutto il periodo postconciliare. Lo «sdoganamento» di Amerio corona gli sforzi e la cocciutaggine del suo fedele discepolo Enrico Maria Radaelli, il quale, incoraggiato anche dal filosofo dell’Università Lateranense Antonio Livi, pubblicò nel 2005 un profilo del maestro ticinese, favorevolmente recensito dalla Civiltà cattolica nel 2007.

L’Osservatore romano, che nel 1985 non aveva pubblicato la recensione favorevole a Iota unum redatta dal prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Angelo Paredi, nel 2007 ha riservato ampio spazio al convegno indetto per il decennale della morte di Romano Amerio, pubblicando integralmente l’ampia relazione conclusiva di monsignor Agostino Marchetto. E qui tocchiamo un primo merito di Amerio, cioè di contrastare l’interpretazione del Vaticano II come discontinuità, svolta, rottura con la tradizione, quasi che da esso fosse nata una Chiesa diversa da quella fondata da Cristo.
È questa la tesi sviluppata nei cinque volumi della Storia del Concilio Vaticano II elaborata dall’Istituto per le Scienze religiose di Bologna, animato da Dossetti, Alberigo e Melloni (in ordine decrescente di statura), tesi che monsignor Marchetto, non solo nel convegno su Amerio ma anche in ponderosi volumi, ha saputo smantellare, con soddisfazione dell’Osservatore. Dunque, Romano Amerio è innanzitutto indomito paladino della continuità della tradizione, dalla consegna delle chiavi a Pietro fino alla fine dei tempi, attraverso tutti i Concili finora celebrati e quelli che seguiranno in futuro. Si tratta, per dirla coi classici, dello «sviluppo omogeneo del dogma».

Un secondo punto a favore di Amerio lo possiamo sintetizzare con le parole che un suo sincero estimatore, don Divo Barsotti, ebbe a scrivere in tempi non sospetti: «Amerio dice in sostanza che i più gravi mali presenti oggi nel pensiero occidentale, ivi compreso quello cattolico, sono dovuti principalmente a un generale disordine mentale per cui viene messa la caritas avanti alla veritas, senza pensare che questo disordine mette sottosopra anche la giusta concezione che noi dovremmo avere della Santissima Trinità».

Amerio dimostra che il dialogo non può essere separato dall’annuncio, allo scopo di favorire la libera conversione dell’interlocutore; che una pastorale valida non può non essere teologica, e che una teologia valida non può non avere un ancoraggio metafisico. È quanto ha sostenuto monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia, nel profilo di Amerio appena pubblicato su Studi cattolici.

È chiaro che il primato della verità sulla carità va inteso in senso ontologico, non cronologico, dato che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono coeterni e coessenziali. Nella pratica ascetica, dottrinale, pastorale, sociale, tutto si tiene, come indica Benedetto XVI nella Caritas in veritate segnalando «il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della veritas in caritate (Ef 4, 15), ma anche in quella, inversa e complementare, della caritas in veritate.

La verità va cercata, trovata ed espressa nell’"economia" della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità». Iota unum, che si presenta con una certa dispersione analitica, va interpretato alla luce di questo criterio unificante, peraltro senza l’esagerazione di presentare Amerio come nuovo san Tommaso