Recensione di Iota Unum del Prof. Roberto de Mattei

Pubblichiamo estratti dell'articolo di recensione del Prof. Roberto De Mattei, di Radici Cristicane e della Lepanto Foundation, pubblicato su Il Foglio e su Corrispondenza Romana.

Fino a ieri introvabile, il capolavoro di Romano Amerio Iota Unum è adesso disponibile [...]. La [...] ristampa si deve alla casa editrice Fede & Cultura (645 pagine, 40 euro), con prefazione di mons. Luigi Negri e interventi di don Divo Barsotti e del padre Giovanni Cavalcoli. [...]
[...] Noi non possiamo che rallegrarci [...][dell' evento],che rimuove la coltre di silenzio addensata su uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento, da quando, nel 1985, Ricciardi pubblicò la prima edizione di Iota Unum, con il sottotitolo Studio delle variazioni della Chiesa Cattolica nel secolo XX. L’opera fu seguita da tre ristampe e tradotta in sei lingue, raggiungendo decine di migliaia di lettori in tutto il mondo, ma venne ignorata dal mondo cattolico ufficiale e dagli stessi avversari chiamati a confronto.

La mole e la ricercatezza stilistica resero più difficile la diffusione del testo, il cui valore non sfuggì però ai più attenti interpreti del nostro tempo, quali Augusto Del Noce. Romano Amerio, nato da padre astigiano a Lugano nel 1905 e morto in questa stessa città, il 16 gennaio 1997, prima di divenire rigoroso analista della crisi postconciliare, fu studioso raffinato di Campanella e di Manzoni. Iota unum apparve nello stesso anno del Rapporto sulla fede del cardinale Ratzinger, che, nella sua celebre intervista a Vittorio Messori, avviava una riflessione sul Concilio Vaticano II, poi culminata nell’altrettanto noto discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, sull’“ermeneutica delle continuità”.

Amerio da parte sua aveva partecipato ai lavori conciliari come “esperto” del vescovo di Lugano, e poi, per un ventennio, aveva seguito accuratamente le vicende ecclesiali, prima di consegnarne a queste pagine la spietata ma oggettiva diagnosi. In Iota unum, egli porta alla luce, con deferente franchezza, le responsabilità delle stesse gerarchie ecclesiastiche per la grave crisi che oggi soffre la Chiesa.

La causa di questa crisi risale, a suo avviso, alla perdita di un principio ultimo e trascendente, che unifica e ordina tutti i valori secondari del mondo, sostituito da «uno pseudoprincipio immanente che rifiuta di trovare fuori del mondo le ragioni del mondo e fuori della vita nel tempo il destino dell’uomo» (§332). La religione dell’immanenza si dissolve nel mondo, incorporandone quella pluralità di valori disconnessi e indipendenti tra loro, che la minano e distruggono dall’interno.

Al cuore del problema sta il rapporto tra Caritas e Veritas, ovvero la necessità di non separare, come è accaduto dopo il Concilio, la carità dalla verità. In questo Amerio anticipa sorprendentemente Benedetto XVI che, nella sua ultima enciclica Caritas in Veritate, ha ribadito che la carità si radica nella verità, perché «solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta» (n. 3).

Amerio difende i “praembula razionali” della fede contro il fideismo di coloro che vogliono privarla della sua dimensione veritativa. Sul piano logico e gnoseologico, la principale minaccia viene dal “pirronismo”, l’indirizzo scettico degli antichi sofisti oggi riproposto dai “neoterici”, i relativisti che inseguono le “novità” ad ogni costo. «Il fondo dell’attuale smarrimento, mondiale ed ecclesiale – afferma il filosofo di Lugano – è il pirronismo, cioè la negazione della ragione» (§148). Negazione della ragione significa dissolvimento di ogni certezza, e perdita della verità. La “filosofia del dialogo” affermatasi nel postconcilio esprime il passaggio dalla verità alla “ricerca della verità”, un tema di fondo a cui Amerio dedica alcune tra le pagine più felici del suo libro. Per la teologia neoterica, osserva, la nota della fede, anziché la stabilità dell’assenso è la mobilità della perpetua ricerca.

Tale concezione dinamica della fede deriva dal modernismo, per il quale la fede è funzione del sentimento del divino e le verità concettuali sono mutevoli espressioni di quel sentimento. «La parte erronea di questa concezione sta nel prendere per umiltà una disposizione d’animo che è invece di squisita superbia. Chi infatti alla verità preferisce la ricerca della verità che cosa preferisce? Preferisce il proprio moto soggettivo e l’agitazione vitale dell’io a quel valore per fermarsi nel quale il moto soggettivo gli è dato» (§165).

L’errore per cui si stima più la ricerca che il possesso della verità è una forma dell’indifferentismo e del relativismo contemporaneo. Quello che nell’ordine logico è il pirronismo, nell’ordine metafisico è il “mobilismo”, un carattere della Chiesa conciliare secondo cui tutto è movimento e non c’è nessuna parte del sistema cattolico che non sia in fase di mutazione. Il mobilismo è la mentalità che stima il divenire sopra l’essere, il moto sopra la quiete, l’azione sopra il fine (§157-158). La sistemazione teoretica più compiuta del mobilismo è la filosofia del divenire di Hegel, abbondantemente penetrata nella cultura cattolica e negli atteggiamenti pratici del clero e dei laici. Al mobilismo Amerio contrappone la filosofia tomistica e platonico-aristotelica delle “essenze”.

Nella lettera con cui il 31 agosto 1985 presenta a Del Noce Iota Unum, egli spiega chiaramente il fine per cui lo ha scritto: «difendere le essenze contro il mobilismo e il sincretismo propri dello spirito del secolo». Del Noce gli risponde di ritenere che «quella “restaurazione cattolica” di cui il mondo ha bisogno abbia come problema filosofico ultimo quello dell’ordine delle essenze».

L’essenza, in filosofia, è la specifica identità di ogni cosa. Esiste, anche per la religione cattolica, una essenza propria, che è ciò che la rende immutabile e uguale a sé stessa nel tempo. È impossibile per il cattolicesimo variare nella sua essenza, ma è proprio a questa variazione sostanziale che tendono i “neoterici” del XX secolo. «Tutta la questione circa il presente stato della Chiesa è chiusa in questi termini: è preservata l’essenza del cattolicesimo?» (§318). Solo nella fedeltà a questa immutabile essenza sta la soluzione della crisi epocale che stiamo attraversando.

Non si tratta di «leggere i segni dei tempi», bensì di «leggere i segni dell’eterna volontà, che sono presenti a ogni tempo e stanno in faccia a tutte le generazioni fluenti nei secoli» (§333). Iota Unum si conclude con le parole della Scrittura: «Custos quid de nocte?» («Sentinella, che notizie porti della notte?») (Isaia 21, 11). Questo è in fondo il ruolo svolto da Amerio. Egli ci appare come una sentinella solitaria sullo sfondo di quella battaglia notturna sul mare in tempesta che lo stesso Benedetto XVI ha evocato, descrivendo il clima postconciliare.

Chi desidera conoscere meglio la figura e le tesi di Amerio, [...] può ricorrere agli atti del Convegno di studi svoltosi ad Ancona nel 2007, raccolti con il titolo Romano Amerio, Il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa cattolica del XX secolo (Fede & Cultura, Verona 2008). Chi voglia invece approfondire il tema di Iota Unum, deve integrarne la lettura con l’opera capitale, appena pubblicata, di mons. Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana editrice, Frigento 2009). (R. d. M.)

Introibo ad altare Dei su Divinitas 2/09

Recensione al volume "Introibo ad altare Dei" a cura di Mons. Brunero Gherardini
Un vivo plauso ai tre Coautori, nonché alla benemerita Editrice “Fede e Cultura”, per la sollecitudine con cui hanno risposto all’esigenza, sempre più diffusa, di maggior conoscenza della liturgia classica, specie dopo il Motu-proprio “Summorum Pontificum” (7 luglio 2007) del Pontefice f.r. L’unico rammarico è, per me, quello di darne notizia non con altrettanta sollecitudine, anche se ciò non è dipeso da cattiva volontà.I Coautori non son preti, appartengono al mondo della musica e del canto sacro, specialmente a quello gregoriano. S’interessan pure di filosofia, di teologia ed ovviamente di liturgia. A tre mani – stavo per dire a tre voci – han composto questo “Vademecum”: un preziosissimo ausilio teorico-pratico per la retta celebrazione liturgica, considerata nella più ampia accezione del termine, non escludendo l’applicazione pratica del Motu-proprio sopra ricordato.La materia è distribuita in modo un po’ singolare: i primi dieci capitoli si riferiscono un po’ a tutto quel che s’intende per liturgia: le fonti, i libri liturgici, i ministri, i paramenti, il luogo sacro, il canto e la musica, l’anno liturgico, la santa Messa, il Vespero, il servizio all’altare. Seguon poi tre parti dedicate all’apparato liturgico, alle cerimonie in genere e a quelle speciali.Una prefazione dell’Em.mo Card. Dario Castrillón Hoyos ed una postfazione del p. Konrad zu Löwenstein di Venezia, oltre ad una scelta e pertinente bibliografia, aggiungono un ulteriore prestigio a quello intrinseco dell’opera. Non si può che ripetere: un vivo plauso!Trovo interessante – oltretutto perché ho sempre sostenuto altrettanto – che la ragione della più facile comprensione dei testi, addotta dalla riforma conciliare, è mal posta: non si tratta infatti di ragione linguistica, ma di penetrazione del mistero e d’adesione ad esso, per la qual cosa più che la lingua vale la contemplazione orante. Utile anche la descrizione dei singoli passaggi cerimoniali per celebrare la liturgia tradizionale: i preti delle ultime leve sanno a mala pena che l’attuale rito s’iniziò con Paolo VI ed ignorano quello precedente; i preti della mia età hanno in gran parte dimenticato il rito della loro prima Messa e del loro primo servizio ministeriale. Degna di nota anche l’osservazione sulle traduzioni ed il conseguente pericolo di slittamenti semantici nel passaggio da una lingua all’altra. Anche per questo, oltre all’espressività propria e alla duttilità della lingua di Roma, sarebbe stato opportuno rimanere alla fissità del latino. Esprimo infine la mia grande ammirazione per lo spirito di fede, di preghiera e d’amore alla Chiesa che i tre Autori esprimono in ogni loro pagina.Se mi si permette, faccio un rilievo critico: non insisterei più di tanto sulla continuità fra il nuovo rito e quello tradizionale, ed ancor meno fra il Vaticano II – globalmente considerato – e la Tradizione ecclesiastica. Che ci siano affermazioni in tal senso, nessuno lo nega; che sian qualcosa di più del famoso specchietto per le allodole, è da provare. Aggiungo che non basta qualificare la Tradizione con l’aggettivo “vivente” per giustificare ciò che le è estraneo: è un cavallo di Troia introdotto nella cittadella della liturgia e della Chiesa.
Mons. Brunero Gherardini
Estratto da: Divinitas. Rivista internazionale di ricerca e di critica teologica, 2 (2009) 237-238.

Siamo presenti al Giorno del Timone

Sabato 23 maggio siamo presenti col nostro stand a Vimercate (Milano) al Giorno del Timone. Libri della Buona Stampa, incontri con gli Autori, con il nostro Direttore Prof. Giovani Zenone e con lo staff di collaboratori di Fede & Cultura. Vi aspettiamo! Qui di seguito il programma.

IL GIORNO DEL TIMONE

Sabato 23 maggio 2009
Località: Cascina La Lodovica
Via Lodovica, 5 - ORENO DI VIMERCATE (MI)
Email: info@lalodovica.it internet:www.lalodovica.it



PROGRAMMA

ore 10,00 - Apertura

ore 11,30 - Santa Messa
celebrata da S. Em.za Card. José Saraiva Martins
Prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi

ore 15,00 - Conferenza
"Il ritorno a Dio. Nel cuore. Nel mondo"
Relatori
Paolo Brosio
Massimo Introvigne



ore 17,00 - Riconoscimento speciale
alle
Suore Misericordine
che hanno curato Eluana Englaro


ore 17,20 - Consegna del Premio "Defensor Fidei"
assegnato a P. Thomas Chellan,
sacerdote dello Stato dell'Orissa (India) brutalmente perseguitato da fantici indù


Durante il corso della giornata
stand espositivi di associazioni
mostre
per i bambini: giochi, spettacolo, intrattenimento
(servizio baby sitter)
possibilità ristoro: self service - servizio bar

Risorgimento ed Europa su Radici Cristiane maggio 2008

Intervista all'Autrice del libro Risorgimento ed Europa Angela Pellicciari.
D. Alla vigilia delle elezioni europee lei fa stampare un libro dal titolo “Risorgimento ed Europa\ Miti, pericoli, antidoti” (Fede & Cultura, pp. 124, 12 euro): una collezione di suoi vecchi articoli prevalentemente comparsi su La Padania. Quale è il senso di questa operazione culturale?

R. Il senso è quello di mandare un messaggio. E il messaggio è: stiamo attenti, cattolici.

Stiamo attenti perché nel nome di bellissimi ideali rischiamo di esser colonizzati in modo brutale dalla mentalità nichilista, scientista e sessista che opera con successo in molti degli stati del nord e centro Europa e, da qualche anno, anche nella cattolica Spagna.

D. Ma cosa c’entra con l’Europa il Risorgimento?

R. Le spiego. Il processo di unificazione della penisola italiana, nato sotto i migliori auspici, favorito dagli stessi cattolici, compreso il papa, si è trasformato in uno spaventoso boomerang che ha tentato con satanica determinazione di sradicare dal cuore degli italiani la religione cattolica, che pure lo Statuto albertino definiva “unica religione di stato”. Pio IX ha ripetutamente denunciato la singolarità della persecuzione anticattolica in Italia. Mentre Lutero, Calvino, gli anglicani ed i protestanti tutti, hanno sempre apertamente attaccato e diffuso odio contro la chiesa di Roma, in Italia, culla del cattolicesimo, la strategia è stata diversa.

Da noi i liberali, scrive Pio IX, hanno avuto l’impudenza di definirsi i più sinceri difensori di Gesù Cristo, della chiesa e dello stesso papa, spacciandosi per paladini dell’ordine morale.

D. Aveva ragione Pio IX a condannare e scomunicare l’intera élite liberale italiana?

R. Basta guardare ai fatti. In nome della “pura” morale e della vera “religione”, in nome della libertà e della costituzione, il Regno d’Italia ha soppresso tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, ha abolito tutte le opere pie ed ha ridotto il papa, Pio IX, allo stato di “prigioniero” in Vaticano. Il risultato di questo tipo di morale e di questo tipo di religione è stato la rovina della popolazione italiana nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del Novecento fino alla prima guerra mondiale.

Il Risorgimento è stato per gli italiani un dramma dalle proporzioni apocalittiche: per ironia della sorte il periodo che si chiama Risorgimento ha trasformato gli italiani in una nazione di emigranti. E questo, va pur detto, dopo che avevamo conosciuto, per più di due millenni, una storia ricca di primati.

D. E l’Europa? Torno a chiederle: in che senso si possono associare le modalità dell’unificazione della penisola italiana a quelle del continente europeo?

R. Le analogie, a guardare i fatti, sono parecchie. Anche in questo caso il progetto di Unione Europea vede protagonisti, e protagonisti convinti, i maggiori leaders cattolici del secondo dopoguerra: De Gasperi, Adenauer e Shuman. Anche in questo caso però l’Unione Europea, nata cristiana, si è progressivamente trasformata in una realtà anticristiana, antivaticana, nemica dello stesso diritto naturale.

D. In che senso dice che l’Unione Europea sia antivaticana?

R. Nel senso che spiega Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, quando scrive: “Negli ultimi dieci anni il Parlamento europeo ha condannato il Papa e la Santa Sede per violazione dei diritti umani fino a trenta volte. Cuba e la Cina non più di dieci”.

D. Questa rivista ha recensito il suo pamphlet Family day uscito lo scorso anno. Diceva qualcosa di simile accennando all’Europa.

R. Proprio così. Memore del disastro del Risorgimento, negli ultimi anni ho seguito con molta attenzione le modalità con cui si sta cercando di realizare la costruzione dell’Europa. A cominciare dal rifiuto di specificare le sue radici cristiane. Come si fa a negare l’evidenza? Come si fa a rifiutare di ammettere, come tante volte richiesto da Giovanni Paolo II, che le radici dell’Europa sono cristiane? Come non vedere che se c’è un elemento che accomuna tutte le terre europee questi sono i campanili che da una parte all’altra del continente svettano per segnalare la presenza di luoghi abitati? Come negare quel fatto incontrovertibile che senza l’evangelizzazione e la romanizzazione dei barbari operata dalla chiesa, di Europa non sarebbe neppure possibile parlare?

D. A dire il vero il Parlamento europeo non si limita a negare le radici cristiane: pretende di dare vita ad un uomo di tipo nuovo, costruito a partire da modalità dettate dalla tecnoscienza.

R. Proprio così. Si ricorda dell’espressione di Massimo D’Azeglio: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”? Anche oggi, come allora, gruppi di persone che si ritengono illuminate hanno deciso che gli europei, come nell’Ottocento gli italiani, vadano rifatti. Ad immagine e somiglianza di un pensiero anticristiano che, in nome dell’uguaglianza e della qualità della vita, pretende di dettare legge sulla durata e le caratteristiche della vita umana. E che in nome della libertà pretende di negare le caratteristiche biologiche della sessualità.

Ma come si fa a sostenere che il sesso sia solo un dato culturale e pensare che ogni bambino debba essere “educato” fin dalla più tenera età ad identificarsi in uno dei supposti cinque generi in cui la specie umana risulterebbe suddivisa?

Il paradosso laicista invoca, come sempre, e come lei ricordava nella domanda, il paradigma scientista: la Santa Sede ed i cattolici si opporrebbero al pensiero scientifico. I pontefici, in ultima analisi, si opporrebbero all’eterno desiderio di felicità dell’uomo e al suo tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita.

Come al solito i corifei della libertà contro la verità, i propugnatori delle verità scientifiche opposte a quelle di fede, hanno il fiato corto. Un fiato capace solo di ripetere con meccanica ripetitività: è la scienza che lo dice. E allora non sarà male ricordare che anche Hitler faceva ricorso alla scienza per giustificare la propria oscura e satanica volontà di potenza. Durante il nazionalsocialismo le università erano piene di scienziati che insegnavano come, al di là di ogni possibile dubbio, la razza ariana fosse destinata al governo mondiale e la razza ebraica fosse biologicamente inferiore.

Sul versante comunista la musica era la stessa. Ricordo ancora una bella introduzione di Togliatti al Manifesto del partito comunista comparsa nel 1947: anche in quel caso il Migliore si appellava alla scienza. A suo giudizio erano i fatti a dimostrare la scientificità del pensiero marxista: la verità del comunismo sarebbe stata comprovata in modo inconfutabile dall’avanzata mondiale delle società socialiste.

D. Quella che lei propone è in buona sostanza la difesa della civiltà e della verità cristiana?

R. Esattamente. Le dicevo prima del Risorgimento: si è trasformato nel suo contrario. Se la storia insegna qualcosa, dobbiamo stare molto attenti a non rifare gli stessi errori nel processo di unificazione europea. Anche perché questa volta la lotta non è solo contro la chiesa. L’attacco gnostico è rivolto direttamente alla vita. E se questo progetto disumano non sarà fermato rischiamo la distruzione, forse definitiva, della civiltà europea.

Memoria e Progresso di Piero Vassallo

Oggi a Genova alle ore 17,00 presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Liguria in via G. D'Annunzio n. 38 verrà presentato il volume "Memoria e progresso" di Piero Vassallo. Sarà presente l'Autore il Prof. Giovanni Zenone, direttore di Fede & Cultura che ha scritto la prefazione del volume.

Piero Vassallo
Memoria e progresso

Prefazione di Giovanni Zenone

Recensione
Il progresso non rappresenta la fondazione della civiltà sopra le rovine dell’esistente, ma è il risultato della selezione e del perfezionamento delle nozioni trasmesse dalle generazioni passate. Per dimostrarlo, lo storico della filosofia Piero Vassallo ripercorre il deragliamento gnostico e antirealistico della “ragione” moderna, mostrando l’essenza tenebrosa e dissolutoria delle pseudofilosofie di Cartesio, Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Simone Weil, Bataille, Kojève, Guénon, Evola e della Scuola di Francoforte. A questi autentici mostri della ragione Vassallo oppone le luminose rivisitazioni del pensiero tomista, vichiano, rosminiano e kierkegaardiano operate nel Novecento da veri e propri geni metafisici quali – per nominare solo i più rappresentativi – Michele Federico Sciacca, Cornelio Fabro ed Étienne Gilson. Costoro hanno saputo confutare magistralmente le calunnie all’essere e le staffilate alla razionalità umana che hanno fatto il disonore dei maestri del sospetto e dei “pensierodebolisti” assisi sulle cattedre della banalità e dell’immoralismo. Il preconcetto secolarista, si è oggi trasformato in strumento di perdizione, cioè di quel totalitarismo della dissoluzione (Del Noce) che ultimamente sussurra perfino dai pulpiti, consacrati alla teologia conformistica. Unico rimedio ad una tale situazione di crisi è non tanto uno sterile e mummificato “tradizionalismo”, ma una riscoperta attiva e dinamica della “tradizione viva e perenne” della filosofia occidentale. Infatti, come scriveva Francisco Elias de Tejada, “La posizione che suole contrapporre la tradizione al progresso è assurda, giacché non esiste progresso senza tradizione né tradizione senza progresso”.
L’Autore
Piero Vassallo è nato a Genova nel 1933. Laureato in filosofia è stato docente nella sede genovese della Facoltà teologica del Nord Italia. Giovanissimo ha iniziato l’attività di pubblicista sotto la guida di Giano Accame, è entrato nella redazione della rivista Lo Stato diretta da Baget Bozzo. Di seguito ha collaborato con Guido Gonnella (Il Centro), con Nino Radano (Il Quotidiano), con Antonio Livi (Studi Cattolici), Silvano Vitale (L’Alfiere) e nuovamente con Baget Bozzo (Renovatio). Negli anni Settanta ha fatto parte dell’associazione dei giusnaturalisti cattolici (fondata da Francisco Elias de Tejada) ed ha collaborato con la Fondazione Gioacchino Volpe. Tra il 1997 ed il 2003 è stato editorialista del quotidiano romano Il Tempo. Fra le sue opere “Pietro Mignosi e la Tradizione” (Palermo 1989), “Introduzione allo studio di Vico” (Palermo 1992), “La filosofia del regresso” (Napoli 1996), “La restaurazione dellametafisica” (Genova 2006) e “La cultura della libertà” (Genova 2007).
Nota breve
La Tradizione classica e cattolica e la rivoluzione dissolutoria contemporanea
Argomento: Filosofia, società, cultura
Collana: Filosofica 9
Pagine 192
Altezza 21
Larghezza 15
Tipo di copertina: brochure
Prezzo: € 18,00 (estero e corriere 28,00)
Isbn: 978-88-6409-006-1
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Risorgimento ed Europa di Angela Pellicciari su Zenit

La Chiesa cattolica tra Risorgimento e Unione europea
Miti, pericoli, antidoti per evitare che si ripetano alla Ue gli errori del Risorgimento
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 30 aprile 2009 (ZENIT.org).- E’ arrivato nelle librerie l’ultimo libro di Angela Pellicciari, dal titolo “Risorgimento ed Europa. Miti, pericoli, antidoti” (Edizioni Fede & cultura).
L’autrice, storica del Risorgimento e dei rapporti fra papato e massoneria, ripropone una lettura originale e arguta del Risorgimento italiano, mostrando come i Savoia e i liberali si appropriarono dell’ingente patrimonio che nel corso del tempo la popolazione aveva donato alla Chiesa cattolica e tramite la Cristianità ai poveri.
Angela Pellicciari rivela il vero volto di molti personaggi risorgimentali e fa il confronto con l’attuale processo di unificazione europea, paventando i rischi di un totalitarismo nichilista, che si presenta con la maschera della democrazia, della tolleranza e del rispetto della diversità.
Per approfondire un tema di così scottante attualità ZENIT ha intervistato Angela Pellicciari.
Nel libro lei esprime un giudizio molto negativo del Risorgimento. Perchè?
Pellicciari: Perché è stato guidato da un’élite liberal-massonica convinta che la cattolicità degli italiani fosse un male da estirpare. E perché, per fare gli italiani diversi da quelli che erano, in nome della libertà e della costituzione, sono stati infranti uno dopo l’altro tutti gli articoli dello Statuto.
Perché l’1% della popolazione, sopprimendo tutti gli ordini religiosi e tutte le opere pie, si è appropriato della ricchezza accumulata nel corso di mille e cinquecento anni dall’Italia cattolica con la conseguenza che, grazie al Risorgimento, siamo diventati un popolo di emigranti.
Sarebbe stata possibile l’Unità d’Italia senza Risorgimento?
Pellicciari: Scrive Antonio Rosmini nel saggio Sull’unità d’Italia composto nel 1848: “L’unità d’Italia! E’ un grido universale, e a questo grido non v’ha un solo italiano dal Faro alle Alpi a cui non palpiti il cuore. Sarebbe dunque gettare parole al vento provarne l’utilità o la necessità: dove sono tutti d’accordo, non v’ha questione”.
Tutti, Papa compreso, volevano l’unificazione della penisola in quella che veniva chiamata “Lega”. Le cose sono andate diversamente perché, grazie all’appoggio determinante delle nazioni straniere, Carlo Alberto ed i suoi successori hanno voluto “fare da sé” contro tutti gli altri.
Che ruolo ha avuto la massoneria nei moti risorgimentali?
Pellicciari: La massoneria è stata l’anima del Risorgimento. Questo riconoscono unanimemente sia le fonti cattoliche, ed in particolare le encicliche di Pio IX e Leone XIII, sia le fonti massoniche.
Quali sono gli elementi comuni che, secondo lei, legano il Risorgimento alla odierna Unione europea?
Pellicciari: Il denominatore comune è, a mio modo di vedere, la gnosi. Ancora una volta, proprio come all’epoca del Risorgimento, un’élite che si ritiene moralmente ed intellettualmente superiore (gli gnostici per l’appunto, ovvero coloro che conoscono, coloro che sanno) progetta in modo “scientifico” il futuro dell’Europa.
Futuro che non prevede la sopravvivenza del cristianesimo. Per questo non è stato possibile, contro la palmare evidenza dei fatti, riconoscere il ruolo avuto dalla Chiesa cristiana nella costruzione dell’identità europea.
Per questo è stato rifiutato a Rocco Buttiglione, designato dal precedente governo Berlusconi, il ruolo di Commissario europeo. Per questo la Santa Sede è stata condannata dal Parlamento europeo trenta volte per violazione dei diritti umani.
Ancora una volta un progetto convintamente appoggiato da cristiani (Schuman, De Gasperi, Adenauer) rischia di rivolgersi brutalmente contro di loro.
Perchè la gnosi, di cui la massoneria è espressione, si oppone alla Chiesa cattolica?
Pellicciari: La gnosi si oppone alla verità rivelata e contesta la realtà del diritto naturale. Il pensiero gnostico non si propone di comprendere il mondo ma di cambiarlo.
A partire dalla Rivoluzione Francese e da Napoleone, i frutti dei vari progetti di liberazione dell’umanità non hanno cessato di tradursi in oceani di sangue. Ma questo non è bastato.
La gnosi si è sempre rifiutata di prendere atto dei propri errori. Si è sempre rifiutata di riconoscere la verità dei dieci Comandamenti, precipitando nel vortice inarrestabile e spaventoso del mondo senza Dio. Se, dopo le catastrofi di comunismo e nazismo, si è smesso di idolatrare lo stato, l’idolatria è stata trasferita sul singolo ed i suoi desideri. Sposando un relativismo spinto fino alla negazione della realtà, si è giunti a contestare la divisione dell’umanità in due sessi biologicamente distinti, per teorizzare l’esistenza di cinque generi liberamente scelti, partendo da un progetto definito culturale.
Quali sono i legami tra l’agnosticimo massonico e le politiche contrarie alla vita e alla famiglia?
Pellicciari: Uno degli elementi che accomuna le varie sette gnostiche è il disprezzo per la materia. Secondo questa visione della realtà è bene che l’anima si liberi il prima possibile dal corpo.
E’ azzardato ipotizzare che rispondano a questo obiettivo la denatalità, la diffusione della droga, la sponsorizzazione di pratiche sessuali per definizione lontane dalla procreazione, la santificazione del preservativo (basta vedere il linciaggio cui è stato sottoposto il papa dopo la visita in Camerum), ed, infine, la propaganda della stessa morte?
Quando si parla di qualità della vita e si suggerisce come soluzione la morte, quando si definisce la morte “dolce” e “buona”, non si sta ancora una volta negando la realtà? Non si sta facendo finta di ignorare che la morte è un dramma spaventoso contro cui tutti combattiamo ogni giorno? Non si sta dimenticando che la morte, come dice il libro della Sapienza, è l’unica realtà non creata da Dio ma entrata nel mondo per invidia di Satana? La gnosi è da sempre un nemico mortale dell’uomo e della Chiesa.

Romano Amerio è la risposta a Enzo Bianchi

(di Francesco Agnoli, su Il Foglio)
Sono reduce dalla lettura dell’ultimo libro di Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa (Einaudi), e non posso non riflettere sulla spaventosa distanza che esiste tra il pensiero di questo famoso monaco mediatico e l’ortodossia cattolica. L’errore di fondo, che inficia tutto il ragionamento di Bianchi, è quell’ ottimismo mondano che si è insinuato profondamente nel pensiero ecclesiastico e cattolico nell’epoca del post Concilio. Mondano, intendo, perché ignora o sminuisce del tutto l’esistenza del peccato. “Quando la Chiesa, scriveva parecchi anni fa il Cardinal Journet al cardinal Siri, prenderà coscienza sino a che punto lo spirito del mondo è penetrato dentro essa, si spaventerà”.
Ma come è penetrato questa mentalità, di cui Bianchi è oggi uno dei massimi alfieri? A mio modo di vedere all’epoca del Concilio, allorchè in molti si diffuse l’idea che col mondo, inteso in senso evangelico, occorresse trovare un modus vivendi pacifico e conciliante, sempre e comunque. Bisognerebbe anzitutto ritornare a quegli anni, per evitare di costruire leggende e miti come quelli che piacciono ai vari Melloni, Mancuso e, appunto, a Enzo Bianchi: il concilio non fu una pacifica e simpatica riunione di vescovi e periti, tutti in perfetto accordo tra loro, ma fu una lotta dura, che vide la presenza di posizioni problematiche e critiche, rispetto alla volontà di “aggiornamento” e “innovazione”, di molti uomini di grande spessore, dal cardinal Siri, più volte papabile, ai cardinali Ottaviani, Ruffini, Bacci, sino al Coetus Internationalis patrum, formato da centinaia di padri conciliari, e raccolto intorno a mons. Marcel Lefebvre.

I documenti conciliari sorsero dunque in mezzo alla tempesta, agli scontri, talora veramente aspri, tra “conservatori” e “progressisti”, con correzioni, emendamenti, e ambiguità, inevitabili laddove un documento nasca come mediazione, come compromesso tra posizioni divergenti. A mio modo di vedere, l’ambiguità più grande fu quella sull’atteggiamento da tenere, appunto, rispetto al mondo, allo spirito moderno e alle sue filosofie. Il concilio volle essere pastorale, e quindi soffermarsi proprio e soprattutto, in questo caso senza godere dell’infallibilità, sui modi, le strategie, per una nuova evangelizzazione, efficace e fruttuosa. Il principio guida, che fu indicato da Giovanni XXIII, fu quello di utilizzare, rispetto alla “severità” del passato, la “medicina della misericordia”.

Ci fu insomma un cambio di passo, che Romano Amerio, oggi riscoperto e finalmente ristampato da Fede & Cultura, commentò tra l’altro con queste profetiche parole: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell'errore è opera di misericordia, poiché, trafiggendo l'errore, si corregge l'errante e si preserva altrui dall'errore. Inoltre verso l'errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all'errore l'intelletto repugna con un atto logico che si oppone a un giudizio falso. La misericordia essendo, secondo S. theol., II, II, q. 30, a. 1, dolore della miseria altrui accompagnato dal desiderio di soccorrere, il metodo della misericordia non si può usare verso l'errore, fatto logico in cui non vi può essere miseria, ma soltanto verso l'errante, a cui si soccorre proponendo la verità e confutando l'errore. Il Papa peraltro dimezza un tale soccorso, perché restringe tutto l'officio esercitato dalla Chiesa verso l'errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per sé stessa, senza venire a confronto con l'errore, a sfatare l'errore. L'operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo a una mera didascalia del vero, fidando nell'efficacia di esso a produrre l'assenso dell'uomo e a distruggere l'errore” (Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura).

Questo brano magistrale mi sembra possa essere utile per far fronte anche oggi a questo ottimismo mondano, che nasce all’interno del mondo cattolico, e che si presenta con alcune caratteristiche costanti: la condanna più o meno aspra delle decisioni e della pastorale della Chiesa del passato; il ripudio della Tradizione e il tentativo di presentare il Vaticano II come una sorta di nuova Pentecoste, di vero e proprio atto di nascita della cosiddetta “Chiesa conciliare”. Ottimismo mondano di cui il citato Bianchi costituisce uno degli esempi più solari, in quanto espressione di un tipo di cattolicesimo adulterato che ritiene che l’essenziale sia raggiungere una posizione condivisa, una mediazione, un punto di incontro, quale esso sia, tra la Verità di Cristo e le posizioni, anticristiche, del mondo. Se analizziamo il libro citato ne troviamo subito, nell’incipit, il significato di fondo: Bianchi vuole fare pulizia, anzitutto all’interno del mondo cattolico, mettere i puntini sulle i, spiegare quale debba essere il comportamento dei suoi fratelli di fede. Costoro, scrive Bianchi, debbono smetterla di riunirsi in “gruppi di pressione (sic) in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro, per diventare intransigenza e arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori”. La lettura del seguito fa capire bene il significato di queste parole, del tutto simili a quelle di un Augias o di un Odifreddi: esse sono una condanna chiara, anche se un po’ ipocrita nelle modalità, della posizione della Chiesa e dei cattolici, riguardo al referendum sulla legge 40 e alla questione dei pacs-dico.

Una condanna, in generale, di ogni tentativo legale e leale da parte dei cattolici, e non solo, di affermare valori non negoziabili in politica. Bianchi lo ripete più volte, spiegando quello che è ovvio, e cioè che “il futuro della fede non dipende da leggi dello stato”, ma dimenticando che i cattolici, come tutti gli altri cittadini, sono chiamati ad esprimere la loro visione di società, qui e oggi, e non a ritirarsi nelle sagrestie. Il cattolicesimo che Bianchi vorrebbe è invece insignificante e inesistente sul piano culturale e politico, e finisce addirittura per delineare una religiosità amorfa, astratta, spiritualista, che è lontanissima dall’idea originaria del cattolicesimo.

Ogni scontro e polemica attuale, ogni rinascita odierna dell’anticlericalismo, continua il monaco, è sempre colpa dei credenti, “è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano”. A parte che non si capisce bene, a leggere queste parole, a quale dibattito abbia assistito Bianchi in questi anni, il punto centrale è un altro: nel togliere al cristianesimo la sua capacità di incarnarsi nella realtà, per plasmarla concretamente, Bianchi finisce per negare cittadinanza al cristianesimo stesso e per scegliere come punto di riferimento assoluto e ingiudicabile, quasi metafisico, la Costituzione repubblicana. Da essa deriverebbe, udite, udite, “l’assoluto diritto dello stato di legiferare su tutte quelle realtà sociali fondate o meno sul matrimonio (sia religioso che civile)”. “Diritto assoluto”, scrive Bianchi: una affermazione, a ben vedere, che oggi, dopo l’esperienza delle statolatrie totalitarie, neppure il più laicista tra i giuristi arriverebbe, almeno nella teoria, a sostenere. In tutto il suo argomentare Bianchi annulla il concetto di Verità, affermando un relativismo pieno; sostiene la perfetta equivalenza tra fede e ateismo (“l’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente”); nega di fatto in più passaggi, con linguaggio equivoco, ma chiaro, il primato petrino, a vantaggio del “primato del Vangelo”, e propone come unico riferimento del suo argomentare, da buon protestante, solo e soltanto la bibbia, la sua “lettura personale e diretta” (sic), etsi Ecclesia non daretur.

“Per un’etica condivisa” è appunto un inno ad un “modo”, ad uno “stile”, al “come”, con cui i cristiani dovrebbero presentarsi oggi ai non credenti: un modo, uno “stile”, inaugurato dal Concilio Vaticano II, che sarebbe “importante quanto il messaggio”. Coerentemente, in tutto il libro manca, appunto, il messaggio! Non vi è mai una affermazione chiara di una verità teologica o morale: si parla di “etica condivisa”, si lanciano sfrecciatine piuttosto velenose ai cattolici, al centro destra, a Berlusconi, a Maroni, a Mel Gibson, a Ferrara, come fossero loro i problemi della cristianità, ma poi non si arriva mai ai contenuti: tutto puro stile, buonismo a buon mercato, mai una parola, una posizione, quale che sia, sulla clonazione, la fecondazione artificiale, le famiglia, l’eutanasia, la sessualità, e tutti i problemi più scottanti dell’etica odierna. Al massimo qualche vago riferimento alla pace, e un accenno, velatissimo, per carità, alla 194, la legge che legalizza l’aborto, ricordando però, anzitutto e soprattutto, che i cattolici dovrebbero rispettare ogni legge nata dal “confronto democratico”, e proclamata, lo si ricordi, da quello Stato che ha potere “assoluto” di vita e di morte.

A Bianchi sfugge, come avrebbe detto Amerio, che lo stile è questione secondaria, nel senso che viene dopo, logicamente e non cronologicamente, perché l’Amore procede dalla Verità, e non viceversa. Gli sfugge, inoltre, che il suo irenismo indifferentista e relativista è stato già bollato da san Pio X, allorché deprecava quanti alla sua epoca si adoperavano per un “adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai per i miscredenti”, all’apparenza, ma in realtà priva di vera misericordia, perché spoglia di verità. A chi continuava a sponsorizzare una “conciliazione della fede con lo spirito moderno”, Pio X indicava il crocifisso, e ricordava che certe idee “conducono più lontano che non si pensi, non soltanto all’affievolimento, ma alla perdita totale della fede”. Perché se io non fossi un credente, e leggessi, per cercavi una parola di verità, il libro di Bianchi, arriverei alla conclusione che la verità non esiste, e che la mia sete di verità è roba da persone senza “stile”. Caro Bianchi, la verità, nella carità, mi dice sempre un’amica pro life, ma: la verità, per carità! Questo è l’unico stile, della Chiesa, di Cristo e del suo Evangelo, cioè della buona novella (vede che la novella, il messaggio, è importante?)
(Il Foglio, 26 aprile 2009).