Avvenire: recensione di "Contro la post-religione"

Prima del positivismo ottocentesco, i sapienti erano anche umanisti; oggi c’è invece l’idea che solo la scienza rappresenti in modo corretto la realtà.
Parla il latinista Oniga

L’umanesimo difeso dai cristiani
DI LORENZO FAZZINI
« L’attacco anticristiano è il pretesto per colpire il vero obiettivo, che non è il sen­timento religioso, ma ' la giungla del sedicente pensiero umanistico' » . Di qui nasce una « post- religione » di stampo « nichilista e consumista, fa­tale per l’intelligenza e oppressiva per la gioia di vivere » . Immerso nei suoi studi classici – è docente di Lingua e letteratura latina all’università di U­dine – Renato Oniga non ha trattenu­to un sobbalzo intellettuale «classico» di fronte alla pubblicistica anti- cri­stiana, da Piergiorgio Odifreddi a Ch­ristopher Hitchens passando per Cor­rado Augias. Ne è scaturito Contro la post- religione. Per un nuovo umane­simo cristiano ( Fede & Cultura, pp. 222, euro 18; tel. 045/ 941851), un sag­gio in cui il latinista friulano – sup­portato da Marc Fumaroli, membro dell’Académie française (che firma la pre­fazione qui pubblicata in ampi stralci) – condensa alcune riflessioni sulle re­centi polemiche anti- reli­giose.
Perché l’attacco anti- cri­stiano di Odifreddi è un’aggressione al pensie­ro umanistico?
« In Odifreddi ci sono alcu­ne accese prese di posizio­ne contro l’umanesimo: e­gli afferma che la scienza dovrebbe sostituire il ' sedicente' pensiero umanistico e che l’unico modo di pensare razionale sull’uomo sarebbe quello scientifico. Vuole arri­vare al ' pensiero unico', per cui solo la scienza sarebbe capace di sostituirsi alla filosofia e alla religione: una vera caricatura della scienza! Purtroppo, questo pregiudizio è rintracciabile an­che in una certa recente politica sco­lastica, quando si sostiene che l’Ita­lia, rispetto ad altri Paesi più ' evolu­ti', darebbe poco spazio alle materie scientifiche. In queste tendenze in­travedo il pericolo che la tradizione umanistica cada sotto i colpi di un pensiero scientista globalizzato » .
Quali sono i tratti principali della « post- religione »?
« Riprendendo alcuni spunti di Gior- gio Israel, che per primo ha denun­ciato questi aspetti del pensiero post­moderno, mi sembra che i dogmi principali siano l’odio di sé, lo scien­tismo e il relativismo. L’odio di sé si manifesta nella volontà di autodi­struzione della tradizione occidenta­le. Il relativismo viaggia sul piano eti­co: qualsiasi opinione può essere e­quivalente a un’altra, eccetto la scien­za, che ha valore categorico. Ho no­tato una cosa curiosa: gli argomenti u­sati oggi contro il cristianesimo non sono altro che una riproposizione del­le accuse dei pensatori pagani verso i primi cristiani, ad esempio le invetti­ve di Celso. È un po’ strano che, per criticare il cristianesimo, la modernità scientifica non trovi di meglio che ri­proporre accuse vecchie di 2000 an­ni, già confutate dagli apologeti cri­stiani! C’è pure un risvolto inquietan­te: nell’antichità si è iniziato disprez­zando il pensiero cristiano, poi si è ar­rivati alle persecuzioni. Odifreddi di­chiara che il cristianesimo è indegno della razionalità dell’uomo. Per qual­cuno, può diventare giusto combat­terlo » .
« Nemici » del cristianesimo, « super­sensibili » verso l’islam: come spiega la schizofrenia dei « post­religiosi » ?
« Primo: si tratta di una calcolata pru­denza, per non dire una certa vigliac­cheria. Prendersela con il cristianesi­mo apre molte porte in certi ambien­ti culturali: se si scrive un libello an­ti- cristiano, si riesce a pubblicarlo fa­cilmente. Dare alle stampe un volume critico sull’islam è più difficile: una casa editrice ci pensa due volte. Inol­tre, oggi l’islam viene strumentaliz­zato nel progetto di avversione al cri­stianesimo. L’estremismo islamico ha la potenzialità di mettere in discus­sione la civiltà cristiana come la li­bertà di parola o la condizione della donna. Chi nutre odio verso l’Occi­dente, utilizza tutto quello che gli fa comodo » .
Lei scrive: « Il tentativo di ' arruola­re' la cultura scientifica contro la cul­tura umanistica nella guerra antire­ligiosa va nettamente rifiutato » . Un « arruolamento » recente o risalente agli antichi?
« È la novità di una certa cultura mo­derna, a partire dal positivismo otto­centesco. Prima gli scienziati erano anche umanisti, basti pensare ad Ari­stotele o Galileo. Con Comte nasce in­vece l’idea che solo la scienza rap­presenti la realtà in maniera corretta. Va recuperato il concetto che tra scienza e umanesimo non vi è con­trapposizione, ma la sintesi è possibile nel­l’uomo come soggetto dei saperi. Non è un caso se proprio dai li­cei classici, dove tanto peso hanno le materie umanistiche, siano u­sciti molti scienziati, mentre non si può di­re che gli istituti tecni­ci abbiano sfornato numerosi premi No­bel… » .
Dai « post- religiosi » ci possono salvare i clas­sici?
« Sì. L’umanesimo è fondato sulla let­tura dei classici, nella classicità ci so­no risorse per combattere le degene­razioni dello scientismo e recuperare gli autentici valori di scienza, cultura e humanitas. Sono stati i greci e i la­tini ad avviare quelle riflessioni sul­l’uomo, poi illuminate dal cristiane­simo, che sono alla base della nostra civiltà, ad esempio nell’acquisizione dei diritti umani. L’umanesimo non è solo cristiano: anche l’islam e l’ebrai­smo hanno al loro interno grandi tra­dizioni umanistiche. Esso, più che la scienza, può svolgere oggi un ruolo importante contro le degenerazioni integraliste, formulando valori uni­versali come la tolleranza e l’apertu­ra alle altre culture » .
--------------------------------------------------------------------------------
«Il tentativo di arruolare la cultura tecnica contro quella letteraria nella lotta antireligiosa va rifiutato. Con valori universali i classici possono contrastare l’integralismo»
Destinazione

dalla Prefazione al volume Contro la post-religione
Fumaroli: la Chiesa ci ha regalato la benevolenza

La moda vuole che Dio sia morto, ma solo quello dei cristiani: la scienza ha dimo­strato che non esiste, mentre gli altri dèi, più antichi o più recenti, sdoganati dalla gene­rosità dell’antropologia, mantengono nel mondo il diritto di rimanere vivi e in piena for­ma. Poiché il Dio dei cristiani oggi è morto, in realtà lo era fin dall’inizio, e la conseguenza s’impone logicamente: il cristianesimo in ge­nerale è un lungo e gigantesco errore, che l’Eu­ropa deve cancellare dalla sua memoria, se vuole essere davvero emancipata, moderna, scientifica, e globale. Si concede, al massimo, di richiamarsi alla sociologia di Max Weber e relativizzare la damnatio capitis del cristiane­simo, quando ci si volge all’universo prote­stante: quei cristiani, almeno, con la loro etica del lavoro e del successo, se non con la loro teologia, hanno fatto degli Stati Uniti, dopo l’Inghilterra, l’Olanda e la Prussia, la nazione vincente della nostra modernità trionfante. Ma il cattolicesimo non ha alcuna scusa. Esso è davvero, o poco ci manca, l’errore assoluto. Come l’asino della favola di La Fontaine, Gli a­nimali ammalati di peste, è da lui che vengono tutti i nostri mali, e tutti gridano « dàgli » al col­pevole, in ultima analisi, di ogni ignoranza, di ogni tirannide e di ogni arretratezza. (…) Uno dei grandi meriti del cattolicesimo, ignorato dai suoi detrattori i­gnoranti, ma che do­vrebbe meritargli l’apprezzamento dei non credenti meno estranei alla storia e alla filologia, è di a­ver portato nel suo patrimonio e veicola­to fino a noi il fior fiore filosofico, mo­rale, e anche mitolo­gico- allegorico, della civiltà greco- latina di cui, in Occidente, la Chiesa di Agostino e di Girolamo ha preso il testimone tra III e IV secolo. (…) Siamo ormai stanchi del­l’antifona, ripetuta dal nazionalismo della filosofia tede­sca, secondo cui la luce greca sarebbe stata affievolita se non spenta dai Romani, pri­ma di essere completamente sotterrata dalla Chiesa romana, per riapparire infine nella lin­gua di Fichte e nella musica di Wagner. (...) Ag­giungerei un’altra prova a queste dimostrazio­ni, premesse di un lessico della civiltà europea di ascendenza cattolica, di cui è ormai divenu­ta evidente l’urgenza. Si tratta della fortuna, nell’Europa cattolica, della nozione aristoteli­ca di eutrapelia, « piacevolezza » . San Tommaso non si accontenta di importarla nel suo mira­bile Commento all’Etica a Nicomaco: ne fa una delle virtù cardinali del cristiano. Questa no­zione morale complessa era per Aristotele il privilegio dell’uomo libero di Atene: presup­poneva il sorriso, la leggerezza nella conversa­zione, il senso della distensione misurata, con­tagiosa e generosa. Tommaso la generalizza e la struttura nella gioia propriamente cristiana, ponendo così le premesse di tutta la letteratu­ra che l’umanesimo, sia italiano che francese, ha dedicato all’urbanità, alla sprezzatura, al sorriso, alla socievolezza benevola. È davvero un peccato che il giansenismo, eresia prote­stante nel seno stesso del cattolicesimo, abbia costretto la teologia morale cattolica, sulle di­fensive fin dal secolo XVII, a passare sotto si­lenzio l’eminente virtù dell’eutrapelia, una delle più graziose che l’Europa pre- moderna abbia praticato, uno dei segreti della sua gran­de arte. Nessuna virtù oggi è più dimenticata e violentata. «Il cattolicesimo ha importato in Europa l’eutrapelia di Aristotele cioè il sorriso, la gioia, la leggerezza. Finché venne il giansenismo...» Marc Fumaroli

Recensione "L'Europa"su Fides Catholica

Recensione di Giuseppe Brienza
Francesco Mario Agnoli
Europa. Fra diritti umani e ’68
[Fede & Cultura, Verona 2008, pp. 63, euro 7]
in
Fides Catholica.
Rivista di apologetica teologica
Anno III
n. 2
Frigento (AV) luglio-dicembre 2008
(pp. 632-634)

La tesi centrale di questo volumetto, che esce nella collana saggistica diretta da Giovanni Zenone e raccoglie sei interventi del magistrato e storico cattolico Francesco Mario Agnoli, è che sono all’opera nella società europea ed occidentale fattori e pensieri non più compatibili col tradizionale assetto dei diritti dell’uomo.
Nel primo capitolo, Anniversari (pp. 7-10), il presidente dell’Associazione culturale “Identità Europea” mette a confronto due ricorrenze del 2008 che, purtroppo, mostrano sempre più affinità e richiami comuni: il 60° della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’ONU nel 1948, ed il 40° della rivoluzione culturale del Sessantotto. Il mancato fondamento della prima ai solidi dettami della legge naturale ha prestato infatti il fianco all’invasione, da parte del relativismo post-sessantottino, anche di quello che sembrava l’ultimo baluardo secolare, nella modernità, dell’ordine portato dalla ragione oggettiva, vale a dire il mondo e la prassi dei diritti “universali” in quanto riconosciuti all’uomo in quanto tale.
Nel secondo capitolo, La crisi sociale dell’Europa (pp. 11-19), l’Autore offre quindi delle condivisibili riflessioni sugli effetti degli ultimi quarant’anni, negli ordinamenti civili e politici del Vecchio continente, di quella che può definirsi «[…] una rivoluzione politicamente fallita, ma anche una delle più riuscite, e delle più dannose, della storia umana per l’epocale mutazione della società europea (e non solo), dei suoi costumi, delle sue convinzioni, della sua morale» (p. 16).
Nel terzo capitolo, Il relativismo democratico (pp. 21-37), Agnoli da’ conto di uno dei principali motivi che spiegano il “successo” della rivoluzione sessantottina, il fatto, cioè, di essere intervenuta su un meccanismo maggioritario che, indubbiamente, «[…] si presta meglio di altri a rendere anche psicologicamente più accette le indebite invasioni di campo ai cittadini che, contribuendo con la propria volontà (anche se spesso è soltanto un’illusione) a fissare le regole del funzionamento dello Stato e della convivenza civile, facilmente si persuadono, esattamente come il demos ateniese del IV secolo a. C. che non esistano norme e principi che non siano soggetti, nella loro vincolatività e nella loro stessa esistenza, alla mutevole volontà umana» (pp. 34-35).
Di fronte al dilagare, nel corpo sociale e nei singoli individui, della convinzione, propria della sottocultura del Sessantotto, che tutto è relativo e, quindi, non esistono e non possono esistere immutabili valori universali, additati addirittura come incompatibili con la democrazia, la Chiesa cattolica si dimostra estremo baluardo del diritto naturale, pienamente consapevole del rischio della sommatoria del relativismo democratico con quello etico. «Di qui - commenta l’Autore - il grido di allarme lanciato da S.S. Giovanni Paolo nell’enciclica Veritatis splendor [a tutti i vescovi della Chiesa cattolica circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa, promulgata il 6 agosto 1993]:“Dopo la caduta, in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica ad una concezione totalitaria del mondo - e prima fra esse il marxismo -, si profila oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità”[n. 101]» (p. 35).
Nel quarto capitolo del saggio, La produzione normativa in regime democratico (pp. 39-45), Agnoli analizza, da giurista d’esperienza qual è, l’attuale meccanismo onnivalente che ha ridotto il diritto positivo occidentale ad accogliere in sé tutti i contenuti che vi siano immessi, con ciò funzionando esattamente nello stesso modo politica ed economia, democrazia e mercato, borse e parlamenti: «Ne consegue che la norma giuridica approvata dal parlamento non è più giusta (non potrebbe esserlo, mancando il termine di confronto: la giustizia) di quelle che avrebbero potuto essere emanate» (p. 41) e «La sostanziale identificazione fra politica, diritto e mercato, divenuti la Trimurti del nichilismo globale, determina una società che non offre rimedi, ma, tutt’al contrario, incentivi all’abbandono dei valori che un tempo si sarebbero definiti superiori» (p. 44).
Il quinto capitolo, Diritti dell’uomo (pp. 47-56), descrive così il salato “conto”, nell’ambito della teoria e della prassi della tutela della libertà e dignità umana, pagato da una democrazia, anche internazionale, che, abbandonate le solide categorie del diritto naturale, s’illude di poter continuare a proclamare volontaristicamente valori solo auto-definiti “universali” «[…] ma che, proprio in quanto si sostanziano in “posizione di norme”, si rivelano prodotto dello stesso meccanismo. Identici ne sono, la natura e il destino di immortalità, condizionata al permanere del consenso e, quindi, contraddittoriamente, temporanea» (p. 47).
Essendo prima il giuspositivismo e poi, definitivamente, con la caduta delle ideologie successiva al 1989, il nichilismo giuridico più che mai trionfanti, appare sempre più fondato il timore «[…] che la mancanza di un diffuso consenso sulla base “naturale” dei diritti umani comporti conseguenze negative che, in parte già manifestatesi, potrebbero aggravarsi fino a determinare il pericolo di una loro implosione» (p. 50).
Nel sesto ed ultimo capitolo dell’opera, intitolato L’attacco al Cristianesimo (pp. 57-63), l’Autore ritiene infine doveroso completare il suo quadro di analisi dando conto della “finalizzazione” del trionfante laicismo nichilistico, concretizzantesi soprattutto nell’attacco, reso sempre più violento ed esplicito a causa dall’inatteso protrarsi della resistenza, alla Chiesa cattolica in particolare, in quanto «[…] ultima linea di resistenza contro il trionfo finale del relativismo, l’unico castello non ancora totalmente conquistato nonostante le brecce aperte nelle sue mura e il desiderio di resa di una parte della sua guarnigione» (p. 57). Purtroppo non tutti i cristiani (o sedicenti tali) impegnati in politica (e tanto più ciecamente e ostinatamente quanto più alti sono i livelli occupati e i compiti assegnati) si mostrano consapevoli di questa realtà o, peggio, pur essendolo, vi antepongono altre considerazioni, tutte comunque estranee, ai motivi e alle esigenze della difesa della verità e della (ri)edificazione della civiltà europea.
Giuseppe Brienza

18 aprile La Leggenda nera di Papa Borgia - ROMA

Sabato 18 Aprile 2009 ore 17.00presso Aquisgrana Caffè Letterario
via Ariosto 28/30 00185 Roma
presentazione del Libro:
La leggenda nera di Papa Borgia
di Lorenzo Pingiotti ed. Fede & Cultura
www.aquisgrana.org/ 06.64821238

Alla scuola di Benedetto XVI - Verona 2 aprile 2009

2 aprile 2009 ore 17.30 Biblioteca Capitolare
Piazza Duomo, 13 (Verona)
Presentazione del libro
Alla scuola di Benedetto XVI
di Mons. Gino Oliosi
Partecipa, con l'Autore, don Gabriele Mangiarotti, direttore del sito CulturaCattolica.it

a cura del Centro di Cultura Europea Sant'Adalberto e di Fede & Cultura
per informazioni tel. 045-941851 cell. 347-0846540

Il sabotaggio della Speranza Verona 16 marzo 2009

a Verona
Lunedi 16 marzo ore 20,45
presso l'Aula Magna dell'Ist Alle Stimate
via Montanari, 1 (VR)
conferenza con John Waters, scrittore e giornalista irlandese, vicedirettore di Irish Times
Il sabotaggio della speranza
Conferenza organizzata dal Centro di Cultura Europea Sant'Adalberto

Vescovi e preti eretici

Un interessante articolo orientativo sull'attuale situazione della Chiesa. Ho sperimentato di persona quest'eresia da parte di sacerdoti che mi sbeffeggiavano quando distribuivo il prezioso volume di Mons. Gino Oliosi "Il Demonio come essere personale", a causa della fede cattolica nel demonio.
G.Z.

CITTA’ DEL VATICANO - Come molti sanno, il sottoscritto continua ad esercitare quel particolare ministero che per molti sembra essere qualcosa di segreto e misterioso, ossia il ministero di esorcista, strettamente legato all’ordinazione episcopale. Mi si permetta, in parentesi, di annunziare ai molti che me lo richiedono, la prossima uscita della nuova edizione del mio libro: “Io, Vescovo esorcista” (Ed. Villa di Seriane - BG). L’interesse che il mio libro ha suscitato, e non appare affatto in diminuzione, dice una cosa sola, ed è quella che vorrei qui evidenziare: che non sono pochi i fratelli che chiedono, in alcuni casi disperatamente, l’aiuto materno della Chiesa per ottenere sollievo e liberazione. Che questi fratelli siano davvero tanti lo constato, si può dire, ogni giorno, allorché apro le porte della mia dimora, e soprattutto il mio cuore sacerdotale, alle confidenze, in molti casi dolorosissime, di fratelli e sorelle disturbati dal Maligno. Questo essere mostruoso, come fa sapere a noi esorcisti in maniera sarcastica e trionfante, dice di essere, oggi, assai più libero di svolgere la sua azione nefasta proprio perché coloro (i Vescovi diocesani) che dovrebbero contrastarlo, in nome del potere ricevuto da Cristo, restano inerti o, peggio, mostrano chiaramente di non credere all’azione diabolica e al suo impulsore. Quest’ultima constatazione ho colto e continuo a cogliere sulle labbra di molti fratelli sofferenti, i quali si vedono ingiustificatamente negata quell’azione di soccorso che insistentemente richiedono alla Chiesa e ai suoi legittimi Pastori. Poiché non sono pochi coloro che mi contattano di lontano, sempre io chiedo loro di rivolgersi innanzitutto ai Pastori della propria Chiesa locale. Sonno troppi i casi, ahimè, in cui a questa mia ingiunzione mi si risponde: “Non ci sono esorcisti autorizzati”, oppure - ed è un’affermazione purtroppo frequente -: “Non credono al demonio e alla sua azione”. Quest’ultima asserzione è, ovviamente, la più grave. E se rappresentasse una realtà provata e nei soggetti indicati fosse una convinzione ammessa, anche se non proclamata, ci troveremmo di fronte ad una schiera di… eretici. Sì, eretici, perché bisognerà finalmente chiamare le cose con il loro nome. Sono andato a rileggermi la celebre catechesi di Paolo VI del 15 novembre 1972. Eccola: “(Il peccato) è … occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni”. Papa Montini adopera una circonlocuzione equivalente “…esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesistico…”. Dice dunque con chiarezza che chi non crede all’esistenza del demonio, è fuori dalla confessione di fede cattolica, ed è quindi “eretico”. A proposito, poi, dell’eresia, il Codice di Diritto Canonico, al canone 751, afferma: “Viene detta eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” ; si aggiunge inoltre nel canone 1364 che l’eretico incorre nella scomunica latae sententiae. Naturalmente, noi parliamo in generale e non possiamo entrare nella coscienza soggettiva dei singoli. Ma bisognerà pur dire a questi fratelli che è ora di … convertirsi. Anche perché la loro grave posizione - ripeto, oggettivamente parlando e fatte salve le intenzioni e la responsabilità dei singoli - offre al Maligno e ai suoi emissari un supplemento di forza, incredibilmente ampio e rovinoso, e costituisce per i fratelli che ne sono vittime un aggravio di pena, per non parlare della umiliazione a cui essi sono quasi sempre sottoposti, allorché si rivolgono a questi “eretici” inadempienti e, non di rado, sprezzanti e irridenti. Che cosa possiamo fare?, mi sento ripetere da più parti. Io rispondo immediatamente: “Non perdere la fiducia e pregare, pregare, pregare”. È lo scopo di questo mio intervento, sgorgato da un cuore esacerbato di fronte al grido angosciato di tanti fratelli che sono nella più oscura sofferenza. Chiedo a chi mi legge di formare una crociata di suppliche per implorare da Dio non solo l’attenuazione della sofferenza dei fratelli tanto gravemente tribolati ma anche la riduzione all’impotenza dello strapotere del “principe delle tenebre”, ma soprattutto la conversione di questi “nuovi eretici”, che tradiscono la loro missione e offendono, quindi, la carità fraterna. Questi fratelli - anche ciò va ripetuto con chiarezza - dovrebbero riappropriarsi della conoscenza esatta del Vangelo, dovrebbero ripercorrere senza prevenzione l’agiografia cristiana, dovrebbero non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Vorrei al riguardo ripetere loro con forza: “Vieni e vedi!”. So bene, tuttavia, che per chi non vuole credere, nessun “segno” è sufficiente, mentre per chi crede con umiltà, nessun segno è necessario.

Parlano di noi su Il Foglio del 12 marzo 2009

Sono in tanti a sperare che il motu proprio sia definitivamente morto, e sono in molti, nel mondo ecclesiastico, a darsi a da fare perchè ciò avvenga. Strano, perché una semplice analisi della realtà svelerebbe quello che nella mia esperienza educativa trovo evidente: non è solo il mondo ad aver perso Cristo, ma, come ebbe a dire anche don Giussani, sono parecchi gli uomini di Chiesa, forse ancora prima, ad averlo abbandonato. Una fede che si fa insipida, o troppo umana, proprio nella sua espressione più visibile, la ritualità, perde fedeli: è matematico. Ma nonostante l’opposizione al vecchio rito, e più in generale al suo spirito, sia fortissima e radicata negli ambienti che contano, i segnali di un cambiamento, soprattutto nei giovani, e nel nuovo clero, sono evidenti. L’editore Fede & Cultura è l’unico, a quanto io sappia, che abbia scommesso con fiducia nel rilancio della messa tradizionale. In pochi mesi ha pubblicato diversi titoli: oltre ad l'opuscolo del sottoscritto"La liturgia tradizionale", "La messa antica" di don Francesco Cupello, "La messa non è finita" di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, il "Messale integrale", e, per ultimo, "Introibo ad altare Dei".
E’, quest’ultimo, un bellissimo manuale ad opera di tre giovanissimi, Elvis Cuneo, Daniele Di Sorco e Raimondo Mameli, in cui la “vecchia” messa viene spiegata passo passo, in tutti i suoi elementi, dal simbolismo, alla gestualità. Un’opera imprescindibile, oggi, per chi voglia accostarsi al vecchio rito come suggerisce Benedetto XVI, cioè ricordando che “il proprium liturgico non deriva da ciò che facciamo ma dal fatto che accade”. Tutti questi libri dell’editore Fede & Cultura non sono rimasti in giacenza, come si sarebbe potuto pensare, e neppure patrimonio di pochi eruditi e curiosi: hanno avuto e stanno avendo una incredibile diffusione. Tra i lettori anche molti sacerdoti che stimano il nuovo rito, ma che desiderano, nel contempo, riappropriarsi di un modo più giusto per celebrarlo, come faceva ad esempio il compianto don Divo Barsotti.
(da Francesco Agnoli, articolo su Il Foglio del 12 marzo 2009)